Recensione: Assassinio sul Nilo di A. Christie

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Tempo di lettura

7–10 minuti

Copertina del libro “Assassinio sul Nilo” di Agatha Christie

Poirot sul Nilo” o “Assassinio sul Nilo” è uno dei GIALLI PER ANTONOMASIA. Tutti lo conoscono, anche chi non legge. Quanti adattamenti cinematografici ne esistono? Io stessa ne ho visti almeno tre e l’ultimo è del 2022.

Agatha Christie scrisse questo capolavoro di intrighi nel 1937 con il titolo originale “Death on the Nile”.

All’epoca era già moglie di un archeologo e con molta ironia ne fa uno dei personaggi, uno di quelli più enigmatici.

È un racconto che si “lascia leggere” senza troppa difficoltà, forse un po’ pedante, se come me conoscete la storia a memoria, ma c’è un grande MA…

Voi leggete mai le prefazioni dei libri?

Io lo faccio sempre, per fortuna. La mia copia del libro, un po’ vecchiotta visto il prezzo ancora in Lire indicato sul retro, ha una irriverente e spregiudicata prefazione di Giampaolo Dossena.

Perché irriverente? Perché “smonta l’entusiasmo per il libro”, abbassa completamente le aspettative, critica la Christie e non si può criticare un mostro sacro (se non sai quello che stai facendo ovviamente). Dopo quelle parole ti torna la voglia di leggere, quasi come sfida. Vuoi capire perché quelle cose sono state scritte.

Ci si pone allora la domanda “Ma se quello che ha scritto è vero e il romanzo non è un capolavoro, come è possibile che sia uno dei più conosciuti e riprodotti?

Allora “tu lettore” cosa fai: leggi il romanzo e cerchi di capire cosa ti sia sfuggito. Arrivi alla fine, leggi la postfazione e ti viene da ridere! Almeno io l’ho fatto!

Cosa c’è di tanto particolare in questo libro? Sono d’accordo con Dossena e lo dico sorridendo. Questo libro HA QUALCOSA. Questo romanzo che è già passato alla storia, vi rimarrà. Vuoi sapere perché? Continua la lettura.


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Prendete un luogo circoscritto, aggiungeteci una donna bellissima ereditiera con il nuovo marito, una fidanzata abbandonata, un ufficiale alla ricerca di un contrabbandiere, una manciata di personaggi di dubbia reputazione, tra cui cleptomani, ladri, alcolisti, uomini d’affari senza scrupoli e Poirot. Cosa potrebbe mai andare storto? Tutto forse?

Storie che si intrecciano, alibi taciuti, bugie e un piano astuto e ben congeniato, sono gli ingranaggi che fanno muovere alla perfezione tutti gli ospiti del Karnak.

La storia è conosciuta, vista e rivista, ma dietro ad un perfetto intreccio di tempi scanditi al minuto cosa si cela?

Cosa succede alla Luna quando il Sole scompare?

Potremmo considerare questo libro come una fotografia di un periodo storico, scattata inconsapevolmente (o consapevolmente) da una dei più importanti esponenti di quel tempo.

Da poco sposata con l’archeologo Max Mallowan, con i ricordi vividi di una crociera sul fiume Nilo, Agatha Christie ci dona la sua conoscenza diretta di quei luoghi lontani. In questo giallo è stata in grado di coniugare l’amore per l’esotico e la “moda” della ricca borghesia occidentale dell’epoca per i viaggi di lusso in località lontane, con l’esigenza di allontanare le persone dalle paure della guerra da poco conclusasi.

Christie con i suoi romanzi, nei quali mette ordine al caos grazie alla razionalità e alla logica, dona una momentanea fuga dalla realtà ai suoi lettore.

Sarà per quello che è ancora tanto amata?

Lo stile e il ritmo

Gli stimatori della Christie troveranno in questo libro il suo stile in tutto e per tutto, quel ritmo lento, quegli eventi che scorrono via senza interrompere troppo il filo del discorso. Persino l’avvenimento Clou di tutto il racconto non intacca in alcun modo il ritmo di lettura. L’omicidio non le dà fastidio, non è un avvenimento incastrato per dare senso al giallo, è un qualcosa che succede perché previsto. È quella parola necessaria per concludere una frase in modo compiuto.

I personaggi

Forse un po’ caricaturali nei loro difetti, i protagonisti e le comparse di questo libro rappresentano un notevole e variegato gruppo di individui.

In primo piano troviamo la vittima Linnet Ridgeway, una donna colta, ricca, bellissima e con una spiccata capacità di amministrare le sue finanze. Sempre pronta ad aiutare gli altri senza chiedere mai nulla in cambio. Sempre disposta a vedere solo il bello delle persone. Ma non appena cede, non appena pensa a sé stessa per una volta tutto le precipita addosso.

Jacqueline de Bellefort, sembra baciata dalla sfortuna in ogni sfaccettatura della sua vita. Resiste a tutto imperterrita, ma non è in grado di resistere all’amore profondo che prova per il suo fidanzato.

Simon Doyle invece sembra quasi non avere alcun carattere, tutto gira attorno a lui, tutto è incentrato sul suo comportamento, ma di lui sappiamo solo che è tipo impulsivo e che firma dove trova la linea tratteggiata senza porsi troppi problemi.

Per ultimo, ma non certamente per importanza, Poirot. In tutto il suo splendore, in tutto il suo manierismo, è l’uomo di cui tutti si fidano, la persona con la quale poter parlare e poter sfogare i piccoli drammi personali. Dalla prima all’ultima pagina, credetemi non è una forzatura, consapevole che qualcosa di spiacevole accadrà, tenterà di dissuadere Jacquiline a liberarsi dal male, ma non limiterà mai il libero arbitrio di qualcun altro. Avvisa, dà consigli, ma non agisce per cambiare gli eventi. Non potrebbe.

«Mademoiselle, le scongiuro di non fare ciò che sta facendo.»

«Devo lasciar Linnet tranquilla, è questo che intende?»

«No. Alludo a qualcosa di più profondo: non apra il suo cuore al male.»

Oltre le pagine

Se mi segui dalle prime righe dell’articolo, immagino tu voglia sapere di cosa stesse parlando Dossena. Ora passo a spiegartelo.

La critica che muove alla Christie è quella di aver scritto non un “romanzo giallo con un po’ di letteratura rosa”, ma un “romanzo rosa con dentro un po’ di giallo”. In effetti in questa storia troviamo un triangolo amoroso e altre tre proposte di matrimonio. Un po’ troppo forse?

Ma Agatha Christie potrebbe sbagliare così tanto? Farsi portare così tanto fuori strada da trasformare un suo giallo in una storia rosa? Si, se lo fa volutamente.

La maestria della grande scrittrice sta proprio in questo, la storia è essa stessa l’indizio di tutta la vicenda.

Possibile che l’Agatha Christie sia così spregiudicata da scrivere apposta un intero romanzo “troppo rosa”, un “po’ fiacco”, proprio perché in questo “troppo rosa” stia un indizio? Si. Direte che non è da romanziere seri. Io non so cosa siano i romanzieri seri. Dico che questo è un comportamento geniale da parte di un giallista.

Tratto dalla postfazione di G.Dossena.

La storia di fa indizio, lo sguardo di una ragazza innamorata, è per Poirot una finestra sulla sua personalità e il fondamento psicologico sul quale si basa tutto il romanzo.

Il finale. Scontato?

No, perché quando ho chiuso l’ultima pagina mi sono ritrovata a pensare che in questo libro non c’era uno spietato omicida, ma un’altra vittima. Una persona disposta a distruggere se stessa pur di aiutare l’amore della sua vita.

Gli omicidi sono stati tre è vero, ma gli ultimi due sono stati dettati dalla necessità di salvarsi la vita e verso due persone di dubbia moralità.

L’omicidio di Linnet è stato architettato in modo metodico, nulla è lasciato al caso, ma nulla sarebbe successo se la donna non si fosse “presa”, come era solita fare, il fidanzato dell’amica.

[…] Lei ha tutto, madame, ciò che la vita può offrire, e la sua amica aveva una sola cosa… Eppure, come l’uomo del racconto biblico ha allungato una mano e ha rubato l’unico agnello al povero…»

Jacqueline avrebbe accettato ancora una volta la sfortuna della sua vita, avrebbe lasciato libero Doyle di sposare un’altra donna se avesse voluto. Doyle era però accecato dai soldi, non dall’amore.

Un uomo impulsivo non sarebbe mai stato in grado di architettare un piano fine e perfetto, si sarebbe messo nei guai. È solo questo il motivo per il quale Jacqueline decise di aiutarlo, per il troppo amore nei suoi confronti, più forte di qualsiasi cosa, soprattutto dell’amicizia tradita di Linnet.

[…] Capii che dovevo entrare anch’io nel suo gioco per sorvegliarlo…»

Non vedo quindi personaggi “cattivi”, ma solo umani, che trasportati dai loro errori vengono catapultati in una vicenda più grande di loro.

I cerchi sono stati chiusi tutti, non ci sono indizi non utilizzati, non ci sono parti lasciate in sospeso. Se proprio devo sforzarmi di trovare un micro dettaglio che non ho apprezzato, è stato il personaggio dell’archeologo. Sebbene fosse la scusa per giustificare la presenza del Colonnello Race sul Karnak, forse avrei preferito un paio di frasi in più nei suoi riguardi. Mi è parso venga liquidato un po’ troppo frettolosamente. Se ripenso ai film che prendono spunto da questo libro, effettivamente non ho memoria di un personaggio di questo tipo.

Se sei appassionato di gialli classi, quelli con la G maiuscola dove tutto è logica e ragionamento, sul mio blog puoi trovare diverse recensioni di altri libri di Agatha Chistie, come di George Simenon e Rex Stout.

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AutoreAgatha Christie
EditoreMondadori
TraduzioniEnrico Piceni | Paolo Valentino (nuova edizione)
Prima pubblicazione1937
Titolo originaleDeath on the Nile
Lingua originaleInglese
Numero di pagine312
Genere letterarioGiallo
Età consigliata16+

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