Americanah e Papà Gambalunga: identità femminile a confronto

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7–11 minuti

100 anni e due continenti separano due protagoniste.

Possibile che abbiano qualcosa in comune?

Mettere a confronto un romanzo contemporaneo che affronta tematiche di razza, immigrazione e identità globale, con un classico della letteratura epistolare di inizio Novecento, può sembrare eccessivo solo se ci fermiamo in superficie. Come se leggessimo solo il mittente di una lettera o di una mail, per rimanere in tema.

Entrambi i romanzi condividono una struttura narrativa ed emotiva simile, entrambi esplorano il passaggio all’età adulta di due giovani brillanti donne, catapultate in un mondo estraneo che ridefinisce completamente la loro identità.

Per non trattare superficialmente questo filo che collega due ragazze oltre le epoche, scendiamo sotto la superficie.

“Papà Gambalunga” è il romanzo di maggior successo di J.Webster che dal 1912 continua ad incantare con la sua leggerezza e la sua irriverenza, capace di nascondere messaggi importanti come l’indipendenza e l’emancipazione femminile.

Leggendo la storia di Judy Abbott, scritta da lei stessa al suo “Papà Gambalunga”, il misterioso benefattore che le garantisce l’accesso a un college di prestigio, si ha la possibilità di crescere con la protagonista. La conosciamo come una ragazzina brillante ma ospite di un orfanotrofio senza alcuna prospettiva, mentre all’ultima pagina ci saluta una giovane donna, indipendente e con un radioso futuro ad attenderla.

Un’analisi più approfondita ti aspetta nella recensione a lei dedicata “La dolcezza senza tempo di Papà Gambalunga”.

Copertina del libro "Papà Gambalunga" di J. Webster

“Americanah”, scritto da C. N. Adichie nel 2013, racconta la storia di una ragazza nigeriana, che per inseguire un’istruzione migliore, si ritrova catapultata in un paese che non capirà mai fino in fondo: l’America.

Raccontando la storia di Ifemelu, le sue difficoltà lavorative, i suoi primi fallimenti e le sue storie d’amore (il racconto copre un arco temporale di più di tredici anni), Adichie riesce a descrivere non tanto le discriminazioni, quanto i privilegi che una persona ha rispetto ad un’altra solo per il colore della pelle.

Molteplici sfumature si nascondono dentro a quelle pagine e le racconto nella recensione completa che puoi trovare in “Americanah di C. Adichie: il romanzo che ti cambia la prospettiva”.

Mi fa sorridere pensare di scrivere di come la lingua inglese sia il primo argomento che posso portarvi di contatto tra i due romanzi, ma non nel modo in cui pensate.

È grazie alla letteratura inglese se Judy riesce ad emergere tra gli altri 97 orfanelli, per la precisione grazie ad un tema in cui parla in modo dispregiativo dei benefattori che ogni mercoledì del mese si recano all’orfanotrofio. Il suo tutore invece di offendersi per parole tanto sciocche, ne vede una grande capacità artistica e un potenziale che può fare di lei una scrittrice.

All’inizio il linguaggio utilizzato nel libro è quello infantile proprio di una bambina, ma più ci sporgiamo a leggere più la complessità dei testi cresce con la protagonista.

Ifemelu, al contrario di Judy, ha una famiglia che la protegge, molti amici e parla due lingue, Igbo e inglese. Nonostante l’inglese sia per lei una lingua conosciuta fin dalla tenera età, rendendola di fatto madrelingua, giunta in America, una bigotta segretaria dell’università, pensando di farle un favore, la tratta come se non fosse in grado di capire quello che le sta dicendo. La donna, solo per il colore della sua pelle, decide a priori che quella ragazza davanti a lei, non conosca l’inglese.


– Buon pomeriggio. È qui che ci si immatricola? – chiese Ifemelu a Cristina Tomas […]
– Sì. Allora. Sei. Una. Studentessa. Straniera?
– Sì.
– Devi. Prima. Farti. Fare. Una. Lettera. Dall’Ufficio. Studenti. Esteri. […]
– Io parlo inglese, – disse.
– Ma certo, – rispose Cristina Tomas. – Solo che non so quanto bene lo parli.

Tratto da “Americanah”

Pur di evitare altre scene simili, Ifemelu decide di uniformarsi il più possibile al linguaggio americano, utilizzando i loro strani modi di dire, le loro inflessioni linguistiche e copiandone il più possibile l’accento.

Sarà solo quando inizierà a prendere coscienza di sé stessa liberandosi dell’importanza del pensiero degli altri, che deciderà di cancellare quei costrutti linguistici che non le appartengono.

Lo svilupparsi del linguaggio, il suo cambiamento e la sua maturazione di pari passo alla crescita delle protagoniste, è quindi il primo tassello che accomuna entrambi i romanzi.

Ma non fermiamoci ancora, continuiamo a scavare.

I libri

Sono i libri uno dei principali leitmotiv che ho identificato sin dalle prime pagine. Per entrambe rappresentano un rifugio, un appiglio sicuro dal quale non verranno mai deluse.

Per Judy i libri diventano la sua unica possibilità per colmare il divario culturale che la separa dalle compagne del college. Ne legge in continuazione, fino a tarda notte, e poi racconta quello che dai quei libri ha appreso nelle sue lettere.


[…] Un libro non è abbastanza. Ne ho in lettura quattro alla volta. Proprio ora, ho “Le poesie di Tennyson” e “La fiera della vanità” e “Racconti semplici di Kipling” e – non ridete – “Piccole donne”. Ho scoperto che sono l’unica ragazza del college a non essere cresciuta con Piccole donne. […]

Tratto da “Papà Gambalunga”

Leggere la sua lista mi dà l’impressione di dovermi mettere io in pari con lei!

Troviamo però il corrispettivo in Ifemelu e nelle persone a lei care, che utilizzano i libri come base per argomentare i molteplici temi profondi che troviamo nel racconto.

Per entrambe la scrittura rappresenta un buon amico con il quale confidarsi e sarà sempre la scrittura il dono che le aiuterà a crearsi un futuro.

Judy scrive lettere appassionate, divertenti a una persona sconosciuta, il suo “Papà Gambalunga”. Alcune volte lo immagina come un dolce vecchietto, in un’occasione invece gli chiede di recitare la parte della nonnina amorevole. Nelle sue lettere racconta la sua giornata, i suoi studi, le cose che non capisce ma soprattutto ciò che apprende.

Ifemelu invece, catapultata in un mondo che le pare assurdo, abbandona al suo blog le sue riflessioni, che con tagliente ironia l’aiutano a sviscerare quelle problematiche dovute alla razza delle quali scopre l’esistenza in America. Il nome del blog racconta già il suo carattere: «Riflessioni varie sulla razza nei neri americani (precedentemente noti come negri) da parte di una nera non americana».

Entrambe trovano quindi nella parola scritta il proprio angolo sicuro, un luogo dove possono acquisire una voce, al riparo dalla vita di tutti i giorni che le vuole conformate oppure invisibili.

Sia le lettere di Judy che i post di Ifemelu sono elementi narrativi scritti in prima persona, usati per commentare, decostruire e ridere delle rigide convenzioni sociali delle rispettive epoche.

L’università in un caso e il college dall’altro rappresentano uno spazio di emancipazione e libertà culturale per entrambe e un cambio completo e drastico della loro vita.

Judy abbandona l’orfanotrofio John Grier per frequentare un prestigioso college femminile sulla East Coast, dove dovrà nascondere le sue umili origini e imparare in fretta i nuovi codici sociali di un mondo benestante al quale non appartiene.

Ifemelu invece lascerà una Nigeria militarizzata per studiare negli Stati Uniti, dove per la prima volta scoprirà di essere “nera” e dovrà imparare a decodificare le ipocrite dinamiche razziali alle quali non era abituata.

Per entrambe, certo rispetto al contesto della loro epoca, l’istruzione rappresenta lo strumento fondamentale per conquistare l’indipendenza economica e intellettuale.

In entrambi i romanzi riconosciamo le barriere sociali contro le quali si scontrano le ragazze, ed entrambe vivono, anche se per motivi diversi, una sensazione di estraneità vissuta da chi tenta di integrarsi.

Per Judy la barriera iniziale è dovuta alla sua povertà e alla mancanza di una famiglia d’origine. Per non venire “schiacciata” dai giudizi delle compagne, tutte discendenti di importanti e fiere famiglie borghesi, lei stessa finge di avere una famiglia che la ama e che la tratta nei medesimi modi in cui vengono trattate le compagne. Solo quando crescerà la consapevolezza di sé stessa, imparerà ad accettare il passato iniziando a rifiutare il paternalismo dei ricchi.

Ifemelu invece è un’immigrata, con i documenti per studiare ma non quelli per lavorare, e la mancanza iniziale di un lavoro la porta a un crollo psicologico sull’orlo della depressione. Pur di sentirsi accettata e ottenere un qualsiasi lavoro stira i suoi capelli e inizia a imitare l’accento americano, accantonando la vera sé stessa sotto una maschera che la farà sentire sempre inadeguata. Solo quando Ifemelu deciderà di riscoprire sé stessa, di rivedersi con i suoi capelli afro, di risentire la sua vera voce, senza quell’accento falso, riuscirà a prendere coscienza di sé stessa.

Il punto in comune più importante di entrambi i libri si racchiude in queste frasi, entrambe ricorrono a un periodo di mimetismo sforzato per poi arrivare ad affermare sé stesse e la loro autenticità rispetto a ciò che le circonda.

Per entrambe l’inizio è davvero difficile: Judy non ha nemmeno i soldi per comprarsi un abito diverso dalla divisa dell’orfanotrofio e passa i primi giorni sperando che le compagne non si accorgano che indossa sempre lo stesso vestito. Ifemelu invece nella disperazione accetta un “lavoro” umiliante, che la distrugge e la costringe a tagliare i ponti con la sua vecchia vita perché non riesce a sopportarne la vergogna.

Sarà solo quando Judy riuscirà a vendere il suo primo libro e quando Ifemelu riuscirà ad ottenere entrate stabili da quel blog iniziato per gioco che entrambe si sentiranno veramente padrone della loro vita e non accetteranno l’aiuto di nessuno. Non ne hanno bisogno.


[…] Certamente sono felice di iniziare a ripagarvi… vi devo più di duemila dollari. Arriveranno a rate. Ora non fate storie, vi prego, nell’accettarli, perché mi rende felice restituirveli.

Tratto da “Papà Gambalunga”

Ci troviamo davanti a due libri distanti un secolo ma molto simili nel contenuto, se Papà Gambalunga è il prototipo del romanzo di formazione d’inizio secolo, Americanah è un romanzo di formazione in chiave contemporanea e post-coloniale, qualsiasi cosa questa parola voglia ancora dire.

Entrambi ci ricordano che per una persona, definire sé stessa attraverso la propria scrittura (leggasi “voce”) è il più rivoluzionario degli atti di indipendenza.

Le grandi storie alla fine parlano sempre la stessa lingua!